Per quel che mi concerne, in fondo, non posso lamentarmi più di tanto e mi rimane soltanto la speranza di potermi congedare da questo mondo senza troppa sofferenza fisica o morale, spegnendomi poco a poco, come una candela esausta, dopo aver raccomandato l’anima a Dio. Personalmente, infatti, (e probabilmente per mia negligenza) non sono mai stato particolarmente entusiasta della vita, giacché, per esserlo, necessitano degli ingredienti che, purtroppo, non sono stati sufficientemente utilizzati per la mia composizione.
Innanzi tutto, occorrono una buona dose d’illusione ed un pizzico d’imbecillità e non importa, se ispirate dalla nozione dei buoni sentimenti di impronta “deamicisiana”, se dedotte dai grandi teatri scenici delle ideologie sociali, oppure ancora se desunte dall’impalpabile illusione della spiritualità etica o, assai più prosaicamente, tratte dalle materiali percezioni attingibili dal più crasso epicureismo sensistico. Questi due ingredienti ci permetteranno, comunque, di poter calzare quelle lenti rosate che apparentemente piegano la realtà al nostro desiderio, inducendoci nella convinzione che l’essenza del mondo corrisponda veramente a tutto quello che intendiamo vagheggiare di poter cogliere, attraverso i nostri metafisici occhiali.
Alla composizione di ogni entusiasta della vita si rivelerà necessario ulteriormente addizionare ugualmente una buona componente di miopia; non di quella fisica, naturalmente – ‘ché di questa, pure, ne posseggo di troppo già di mio – ma di quella psichica che ci permette di non distinguere il significato reale di ciò che si va a muovere intorno a noi, tanto simile all’interminabile carosello di un’eterna giostra; sempre in moto, ma costantemente ruotante intorno ad una medesima traiettoria.
Illudiamoci, così, che possa essere l’etica a governare le azioni degli uomini! Che i più sublimi fra i sentimenti davvero alberghino nell’animo della gente! Illudiamoci, in fondo, di tutto questo e ci renderemo felicemente edificati! Così come lo era stato, dopo tutto, anche quel pazzo (protagonista di non rammento più quale romanzo russo dell’Ottocento), il quale si riteneva essere il Re di Spagna, confondeva il manicomio per una reggia, i matti per cortigiani e gli infermieri per gesuiti, ministri onnipotenti che lo piegavano, anche con la violenza, a quei loro oscuri interessi, che lui assolutamente non riusciva a comprendere.
Ma, per tornare a noi, ho condotto un’esistenza decorosamente decente (per quel poco che potevo), moderatamente brillante (non mi è riuscito di fare di meglio), poco divertente (ho sempre giuocato nella prospettiva di un domani che non s’è quasi mai avverato) ed ho curato una cultura (seppur probabilmente autoreferenziale, ma, d’altronde, oggi si tende a prestare una maggiore considerazione alle vicende di una squadra calcistica, che non a quelle della Guerra del Peloponneso) la quale, quantunque riconosciuta da molti (verosimilmente, per la precipua ragione di possedere, nonostante tutto, i titoli esteriori necessarî per essere qualificato come “intellettuale”), all’atto pratico, a null’altro mi è mai servita, se non, forse, ad attirarmi l’antipatia dei più: guai, infatti, a mostrarsi maggiormente dotati degli altri! Pochi lo apprezzeranno (in ispecie, quanti da questo riterranno di poterne trarre un qualche vantaggio), ma i più, le folle, ci scorgeranno piuttosto come un concorrente troppo pericoloso nella jungla dell’esistenza e, dunque, cercheranno di farci inciampare ed affossarci, nelle maniere più subdolamente sordide (d’altronde, come rammentava anche Biante di Pirene: Oi pleistoi kakoi).
Mi sono sempre curato assai poco del mondo e, sempre, il mondo se ne è poi vendicato, mentre io, per parte mia, tentavo sempre di cavarmi dall’impaccio, salutando per primo, ma dando del “lei” praticamente anche ai bambini; vi potrà parere una soluzione concettualmente alquanto eccentrica ed astrusa, ma andrò immediatamente a meglio chiarire la sostanza dell’assunto.
Se mai vi capitasse, ad esempio, di non salutare per primo in strada gente che reputate non rivestire per voi una particolare importanza, la quale, invece (stando alle convenzioni del galateo, per lo più a torto), ritenga di dover essere salutata da voi per prima, ecco che, immediatamente, verranno a nascere intorno alla vostra persona le mitologie più incredibili e conturbanti. Se, al contrario, vi ingegnaste, per converso, nell’effondere d’intorno a piene mani una ingiustificata e diffusa aura di cordialità, non dubitate del fatto che, in breve tempo, vi ritrovereste oppressi dalla confidenza, di sovente volgare ed oppressiva, di una quantità di tristi individui irrispettosi (per l’ineducato, infatti, la confidenza ed il sostanziale irrispetto si confondono, nella pratica, all’interno di un’unica entità speculativa) ed a quel punto, state ben attenti: o rapidi vi adeguerete completamente alla tragica realtà di questi conoscenti o sarete comunque percepiti come dei “diversi” sostanzialmente nemici. Dunque, onde evitare d’incorrere nel dover versare in queste incresciose situazioni, la previa anticipazione del mio saluto ed il mio uso del “lei” con i bambini.
Per concludere, spesso, mi sono trovato costretto ad assumere la maschera dell’eccentricità (così implicitamente protestandomi fuori dai giuochi, poiché, come si suol dire: in fuga salus); ne ho così ricavata una certa qual fama di personaggio bizzarro e persino di “fissato”, nonché di involontario giullare; a quest’ultimo riguardo, però, non mi posso trattenere dal sorridere a mia volta, ripensando, ad esempio, alle espressioni tradite da certa “gente normale”, intenta a scrutarmi inebetita, nel vano impegno di fingere di riuscire a comprendermi e ad ascoltarmi, mentre esibivo ragionamenti ed illustravo fatti che, per lei, non potevano certo rivestire alcun barlume di senso compiuto. In ogni caso, debbo confessare di non essere del tutto riuscito ad evitare i disagi conseguenti all’indifferenza od alla forzosa cordialità, ma, tutto sommato, mi rimane la consolazione di essere sempre riuscito a condurre il giuoco sociale sin dove volevo e fino a quando lo volevo e così, quasi costantemente, ho ottenuto di poter realizzare quello che più mi aggradava di voler compiere.
Per chi riuscirà a realmente compenetrare il senso di queste mie poche righe, ecco la compiuta esposizione della semplicissima e modesta chiave della mia (e, se lo vorrete, anche della vostra) esistenza, e si lascino pure da parte le ragioni di vita accampate da quei poveri ed insulsi vicini che ritengano di aver intimamente compresa la reale essenza universale di questo mondo; un’entità immateriale che, per la verità, io ritengo comporsi di un fitto sistema composito, formato di grette morali, da seguirsi soltanto sin dove conviene, e di precise regole, valevoli unicamente per quegli stolidi che vi credano, ma assai di rado per chi le enunzi, magari, anche, con fare sentenzioso. Lasciate che questo genere di soggetti affermi pure quel che meglio ritenga di poter asserire: in fondo, in tal modo, più parlerà e più la sua mediocre piccineria si renderà manifesta, persino ai più.
Sui fondamentali dell'esistenza. testo di Michele 57